Comunicare la chimica

Daniela Riganellidi Daniela Riganelli, chimico, formatore e consulente per l’ambiente

Nella  prima lezione di chimica alle  superiori (raramente alle medie) lo studente si sente dire che “la Chimica è la scienza che studia la materia e le sue trasformazioni”. In pratica è chimica tutto quanto ci circonda e tutto quello che facciamo direttamente o indirettamente. Fin qua uno studente si potrebbe aspettare di ricavare  da quelle lezioni qualcosa di utile e vagamente interessante. Invece un po’ per il pregiudizio intorno al termine stesso, un po’ per le  leggende metropolitane di professori “strani”, lezioni astruse, amici e  parenti che hanno sempre sostenuto “io la chimica non l’ho mai capita”, la  “Chimica”, quella scolastica,  è stata da sempre la pecora nera delle materie e  ha prodotto nel tempo intere generazioni di ignoranti “di chimica”  diventanti poi  diffidenti alla “chimica”. 

È anche vero che con le poche ore a disposizione (e sempre meno nel tempo) e i paletti dei programmi ministeriali, la sola Chimica che si riesce a trasferire è una sequenza di formule, reazioni, regole e leggi che nulla hanno a che fare con quanto tocchiamo, respiriamo, vediamo, mangiamo. La chimica  è inoltre  diventata pecora nera della scienza tutta anche nel cosiddetto immaginario collettivo, colpa questa volta, non solo della scuola o di una comunicazione superficiale (che comunque esiste!),   ma soprattutto  di coloro   che hanno capito fin troppo bene il senso di   “trasformazione della materia” giocando a produrre nuove sostanze  senza considerarne gli effetti a lungo termine sull’ambiente e sull’uomo.

L’uso che è stato fatto della  chimica è stato spesso così spregiudicato che sommandolo all’atavica ignoranza della  materia ha prodotto una generica fobia per tutto quello che è per esempio “prodotto chimico di sintesi”: senza pensare che una sostanza può essere tossica o innocua sia che venga prodotta da procedimenti chimici o estratta da piante. Al contrario, tutto ciò che è  naturale sembra essere buono e giusto, pur sapendo che la natura è una fucina di reazioni chimiche e che non tutti i composti naturali sono innocui.  

La comunicazione  (intesa in senso lato come mondo dei media)  dal canto suo, ha come obiettivo primario quello di essere  compresa da un pubblico più ampio possibile.  Senza fare una dissertazione su  linguaggi e metodologie , tutti sanno che per comunicare serve un lessico  semplice, diretto, possibilmente “friendly” e che  agisce su canali emotivi piuttosto che razionali. Tutte caratteristiche che la chimica non ha di per sé essendo una scienza razionale, ostica,  antipatica ai più a cui è stata ormai assegnato questo ruolo distruttivo.  Quindi la comunicazione  ha dato bollino nero alla parola “chimica” e quello verde a  “naturale” cui  ha assegnato un  ruolo salvifico  perché ben si presta ad essere semplice  ed emotivamente coinvolgente.

 È anche vero che  una “notizia”  riguardante la  chimica  deve  essere illustrata da coloro che fanno informazione  (diciamo giornalisti generici) tendenzialmente digiuni della materia per un pubblico ancora più ignaro il cui unico canale emotivo che apre alla parola chimica è negativo, di paura. E visto che nessuno ne capisce più di tanto ma è necessario essere semplici, diretti e possibilmente enfatici  ne nasce una sottaciuta leggerezza con cui viene trattata  la materia a partire dal lessico basilare della chimica ovvero la nomenclatura  fatta dalle formule più elementari.

 Un esempio su tutti è come viene trattata l’anidride carbonica, nome tradizionale per indicare la famosa formula CO2 (con il 2 in pedice) che sta ad indicare una molecola fatta da un atomo di C e due di O. Atomi che se fossero separati sarebbero tutt’altra cosa (C in natura si trova come grafite o diamante) e l’O2 è l’ossigeno dell’aria. La povera anidride carbonica  infatti viene sempre scritta male ad esempio: CO2 (sbagliato solo il 2 ma è la più corretta tra le sbagliate), Co2 (potrebbe essere Cobalto sempre con questo 2 che non significa nulla), co2 (gli atomi si scrivono sempre maiuscoli perché così non corrispondono ad alcun elemento),  talvolta si trova pure CO2 o peggio Co2 (come se fosse una formula matematica…). Per un “non chimico” sembrano errori da poco ma è come scrivere un nome con le minuscole o una formula matematica in cui scambiamo un numero o un segno a nostro piacimento. Il risultato però cambia! Chiaramente questa “leggerezza” si applica poi per estensione tutte le volte (o molto spesso) che c’e’ da riportare una notizia citando qualche elemento, composto o materiale dal nome più o meno strano.

Quando poi a sbagliare nomi di elementi ci pensa l’Ansa  la notizia viene rimbalzata tal quale, ma viene poi bacchettata (giustamente),  nel blog di un professore di chimica  (http://raffrag.wordpress.com/2010/11/25/labbicci-della-chimica/)  che alla  notizia  “I Comuni italiani che non rispettano i parametri europei per quanto riguarda la presenza naturale, nelle acque destinate al consumo, di arsenico, floruro e borio”   ci fa notare che  non siamo in grado di capire se oltre all’Arsenico si deve controllare anche  il Fluoruro (e non il floruro come riporta l’Ansa  che magari è un’altra cosa) e questo borio che non esiste e si rimane nel dubbio se sia il Bario, il Boro o  Borhio (tre elementi con caratteristiche ed effetti sulla salute estremamente diversi). Eppure per controllare questi nomi non serve essere un chimico ma basta consultare la tavola periodica e se la non ci sono questi elementi, stiamo pur tranquilli che non ci saranno nemmeno nelle nostre acque.

 Ma è davvero così importante scrivere bene la  chimica anche per fare comunicazione? Secondo me si perché la forma è il biglietto da visita con cui si espone  una notizia e presuppone il rispetto per l’oggetto in questione ma anche per il lettore che magari può andare a guardare i parametri chimico fisici delle acque del suo comune e  non trovando il borio pensa di essere tranquillo quando magari è proprio il Boro ad essere fuori norma.  Oltre alla nomenclatura poi, che è solo uno dei sintomi del malessere ben più ampio, per ritornare a parlare serenamente, consapevolmente e oggettivamente di Chimica nel nostro paese, senza evocare per forza mostri, la strada è veramente lunga e certo le notizie preoccupanti di interi territori inquinati (vedi Taranto, la terra dei fuochi e tanti altri siti industriali dismessi) non aiutano.

 Ma una soluzione c’è e viene proprio dalla conoscenza della chimica, intesa come la scienza che studia tutte le trasformazioni della materia, questa volta però vista con un approccio sistemico e ciclico per cui si dovranno utilizzare risorse in grado di essere rigenerate (risorse rinnovabili) e  pensare prodotti in grado di essere reintegrati nel ciclo produttivo e naturale  (eco-design) senza produrre danni all’ambiente. Possibile? Certamente si, perché questo è il sistema in cui lavora già la “Chimica verde” (chimica a cui abbiamo dovuto aggiungere questo suffisso per distinguerla dalla chimica “nera” del petrolio) e la Bioeconomia (l’economia che mima i sistemi biologici di ottimizzazione delle risorse)  che dovranno diventare  semplicemente tutta la  chimica e l’economia del futuro. Tutto nell’ottica dell’“economia Circolare” come ha detto  Janez Potočnik, ex-commissario Ue per l’ambiente nella presentazione del documento “Towards a Circular Economy”. D’altronde, come sosteneva Halford Mackinder, padre della geopolitica, “La conoscenza è una, la sua suddivisione in discipline è una concessione alla debolezza umana”.

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