Olio di palma, il conflitto tra consumatori e multinazionali sui media

Home  /  Evidenza  /  Olio di palma, il conflitto tra consumatori e multinazionali sui media

On Marzo 9, 2016, Posted by , In Evidenza, By ,,, , With No Comments

Roberta Ragni

L’olio di palma sostenibile esiste davvero? È questa la domanda che si stanno facendo migliaia di consumatori italiani, dopo il lancio di una martellante campagna di comunicazione istituzionale da parte della neonata Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile. 

L’obiettivo dichiarato è quello di ‘raccontare agli italiani cos’è l’olio di palma sostenibile’. Così, a partire dal 28 febbraio e per le tre settimane successiva, la comunicazione sta apparendo in maniera massiva su tv, quotidiani, periodici e testate online.  Ma cos’è l’Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile? E chi rappresenta?

 Al suo interno, neanche a dirlo, troviamo importanti aziende che con l’olio di palma realizzano moltissimi prodotti: Ferrero, Unilever Italy Holdings e Nestlé Italiana, Unigrà unite insieme alle associazioni di categoria al sistema Confindustria AIDEPI (Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane), ASSITOL (Associazione Italiana dell’Industria Olearia) e le Associazioni Prodotti e Preparazioni alimentari aderenti ad AIIPA (Associazione Italiana Industrie Prodotti Alimentari).

Si tratta evidentemente di una potente controffensiva lanciata per neutralizzare la campagna contro l’olio di palma, che sta costringendo moltissime aziende a eliminare questo grasso vegetale dai propri ingredienti. A titolo di esempio, ultima in ordine di tempo, c’è la Plasmon, che ha deciso di togliere questo ingrediente dalla produzione dei biscotti per neonati e bambini.

Una decisione arrivata dopo le tante segnalazioni e richieste di genitori, preoccupati soprattutto per gli effetti sulla salute dei loro bambini dell’olio di palma. Per comunicare il cambiamento Plasmon ha lanciato addirittura l’hashtag #tiabbiamoascoltato, realizzando una pagina web dedicata ad informare i consumatori della nuova composizione dei biscotti, ora realizzati con olio di girasole e olio di oliva.

Ma come stanno raccontando i media questo conflitto tra consumatori e multinazionali? In rete si stanno moltiplicando gli articoli (pubblicati proprio a ridosso del lancio della campagna milionaria dell’Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile!), che tendono a minimizzare gli effetti per la salute dell’olio di palma, accomunati tutti dall’intento di “fare chiarezza” o di raccontare “tutta la verità” (una formula che, tra l’altro, presuppone implicitamente che dall’altra parte sia stata creata confusione).

Certo. L’olio di palma non è il male assoluto per la nostra salute. E’ ricco di grassi saturi (45-50%), ma rispetto al burro, allo strutto e alla stessa margarina, ne ha addirittura di meno. Ed è ovviamente anche su questo che batte la campagna dell’Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile, in cui si spiega: “si può affermare che l’olio di palma non ha alcuna caratteristica che lo possa rendere meno raccomandabile di un qualunque altro alimento o ingrediente che apporta grassi saturi alla dieta”.

Facciamo attenzione, però. Quello che molti giornali di dimenticano di sottolineare è che ‘meno raccomandabile’ non significa di certo ‘salutare’. Non a caso il Ministero della Salute, proprio negli ultimi giorni, ha reso noto il parere dell’Istituto Superiore di Sanità sull’olio di palma, da cui emerge che il consumo di olio di palma e di grassi saturi in generale nella nostra dieta dovrebbe essere limitato. Peccato che ad oggi una riduzione dell’assunzione dell’olio di palma risulti difficile, dal momento che è presente in moltissimi prodotti da forno (dai biscotti al pane in cassetta, dai crackers ai grissini).

Quanto alla questione ambientale va detto chiaramente, checché ne dicano le aziende, che l’olio di palma sta continuando a distruggere le foreste. Come abbiamo spiegato su greenMe.it, che si occupa dei danni dell’olio di palma dal lontano 2011, gli ultimi rapporti di Greenpeace parlano molto chiaro (“Cutting deforestation out of the palm oil supply chain” e “Under Fire”). Colgate, Palmolive, Pepsi e Johnson & Johnson sono tra le multinazionali più coinvolte nella distruzione delle foreste. Come si può notare dai nomi delle multinazionali coinvolte, l’impiego dell’olio di palma a livello industriale non riguarda soltanto la produzione alimentare, ma anche la realizzazione di prodotti per la detergenza della casa e per la cura della persona.

L’Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile ricorda, però, che “in Italia le principali aziende utilizzano già olio di palma certificato RSPO (Round Table Sustainable Palm Oil). Il settore dolciario, ad esempio, utilizza, già oggi, olio di palma certificato sostenibile RSPO per circa il 70%”. Di questo molti colleghi parlano chiaramente, dimenticandosi però di citare i numerosi e forti dubbi sulla reale possibilità di avere a disposizione del vero olio di palma sostenibile, dato che le indicazioni della RSPO vietano la deforestazione per la coltivazione di palme da olio solo nelle aree di foresta considerate ‘sensibili’.

Come possono difendersi i consumatori dinanzi a un’informazione giornalistica che potrebbe essere parziale, tendenziosa (e, chissà, forse anche occultamente sponsorizzata)?  Continuando a esercitare pressione, una strategia che si è confermata strumento molto efficace, a partire dalla petizione di grande successo lanciata su Change.org dal Fatto alimentare passando per i messaggi e i post lasciati sulle pagine social delle aziende, fino alla spedizione di mail per dichiarare il proprio boicottaggio fin quando non fosse stato eliminato l’ingrediente incriminato.

Grazie a questo impegno in prima linea  si è riusciti a ottenere l’obbligo di dicitura dell’olio di palma nelle etichetta come ingrediente. E si è arrivati a costringere, di fatto, le aziende alimentari a pagare pubblicità per difendersi e convincerci che l’olio di palma sostenibile esiste davvero.

Nessuno, però, sembra preoccuparsi della questione che si pone, in termini ben più gravi, di un “troppo” ormai non più sostenibile. Troppa carne, troppo pesce, troppo acciaio, troppa plastica, troppi rifiuti, troppe auto. Troppo olio di palma. Come emerso da un confronto interno all’ufficio di presidenza della Fima, sono molte le domande che dovremmo porci. Quali soluzioni troviamo? Quale alternativa scegliamo? Ascoltiamo chi ci dice che potremo continuare con il “troppo” o chi ci mette di fronte alla dura realtà dei limiti alla crescita e della nostra fragilità?

Roberta Ragni, Ufficio di presidenza Fima

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *