Parola d’ordine: salvare i fossili

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On Settembre 17, 2014, Posted by , In Notizie, By , , With 1 Comment

di Sergio Ferraris, ufficio di presidenza Fima

Abbiamo sbagliato tutto potremmo dire noi. Lo sviluppo sostenibile passa dall’utilizzo dei combustibili fossili per la generazione elettrica e la lotta ai cambiamenti climatici, quindi dovrebbe passare in secondo piano in quanto «processo altamente costoso e, finora, di scarso successo». Questo è ciò che sostiene Danilo Taino, Statistical editor del Corriere della Sera in un suo articolo pubblicato il 6 luglio 2014. A sostegno di questa tesi Taino usa una tesi dell‘ambientalista scettico Bjørn Lomborg secondo il quale i problemi sia dei 4,3 milioni di persone che muoiono ogni anno per l’inquinamento domestico della cottura, dovuto ai fumi dei combustibili di fortuna, sia il miliardo e duecento milioni di coloro che non possiedono energia elettrica potrebbero essere risolti grazie all’utilizzo di elettricità prodotta da fonti fossili e che non è possibile impedire l’accesso all’elettricità in nome dei cambiamenti climatici. É sorprendente che in questo quadro non si prenda minimamente in considerazione il fatto che queste popolazioni, cambiamenti climatici o no, sono in primo luogo vittime della fuel poverty e che se fossero raggiunti dalle reti elettriche ben difficilmente potrebbero permettersi l’elettricità, anche se il suo prezzo fosse solo quello della componente energia, ossia intorno ai sei centesimi di dollari per kWh, visto che il loro reddito è inferiore a un dollaro al giorno e che di sicuro, anche in nome del “libero mercato” nessuno sarebbe disposto praticare prezzi inferiori a quelli correnti.

Ed è anche interessante il rilievo che fa all’articolo Stefano Casarini dal blog Climateranti.it. «Va detto che l’aut-aut lomborghiano fra i soldi per ridurre le emissioni gas serra e quelli per contrastare la lotta alla povertà, all’AIDS, alla fame, la necessità di portare acqua a centinaia di milioni di persone è un argomento poco sensato. Non si capisce perché proprio i soldi necessari ad una politica climatica debbano essere utilizzati per raggiungere altri – nobilissimi – obiettivi. Come se fossero le uniche spese cui è possibile rinunciare. E perché per alleviare la povertà energetica non si potrebbero utilizzare i soldi spesi per le spese militari? Oppure parte degli astronomici profitti delle compagnie petrolifere. Oppure una piccolissima parte dei patrimoni a 15 zeri dei 13 milioni di super ricchi che esistono sul Pianeta. Oppure una tassa, anche molto piccola, sulle transazioni finanziarie, su chi accumula fortune approfittando delle perversioni del sistema finanziario mondiale. No, sembra che gli unici soldi da spendere siano quelli che altri vorrebbero impiegare per combattere i cambiamenti climatici».

Il meccanismo comunicativo è, quindi, chiaro. Si prendono due argomenti, la miseria energetica e i cambiamenti climatici, li si isola chirurgicamente da qualsiasi contesto, semplificando il tutto e li si serve a un’opinione pubblica che non può scegliere tra i diversi scenari, “dirottandola” così, vista la scarsa informazione dei media generalisti in materia, verso il sostegno alle fonti fossili. Si tratta di un’operazione di semplificazione a cui hanno rinunciato in molti visto che perfino l’Agenzia Internazionale per l’Energia (Iea) che di sicuro non è accusabile di simpatie per le rinnovabili, la quale adotta nei propri studi almeno tre scenari diversi, per descrivere le trasformazioni del mondo dell’energia.

E infine visto che nell’articolo si cita Lomborg, il quale sostiene che 680 milioni di cinesi sono usciti dalla povertà grazie all’elettricità prodotta da fonti fossili, forse sarebbe il caso di rendere noto il fatto che questo benessere ha come contrappasso la stratosferica concentrazione di 993 µg/m³ di polveri sottili (PMx) a Pechino, quando noi nella civilissima Europa fissiamo il punto limite a 50 µg/m³ e l’Oms addirittura di 25 µg/m³. Ma si sa, mettere anche pochi fatti in relazione forse è troppo scomodo per la “causa fossile”.

One Comment so far:

  1. Ho fatto una grande fatica a decifrarlo, poi ho rinunciato, sento che è l’argomento più importante per me, ma tu proprio non sai scrivere. Peccato.

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