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Al via la seconda edizione del Food sustainability media award

Food media award
A poche settimane dal successo della prima edizione, che ha visto 7 vincitori imporsi tra 500 proposte provenienti da 72 Paesi del mondo tra articoli (oltre 330), foto (80) e video (oltre 80), arriva un’edizione rinnovata del Food Sustainability Media Award, il premio giornalistico realizzato dal Barilla Center for Food & Nutrition (BCFN) insieme alla Fondazione Thomson Reuters e nato per premiare chi propone soluzioni concrete per rendere più sostenibili le nostre scelte in fatto di cibo e che siano in grado di superare i paradossi che da sempre contraddistinguono il nostro sistema alimentare.

Il premio resta destinato a giornalisti, blogger, freelance e talenti emergenti che vogliono presentare i propri lavori, sia inediti che già pubblicati, legati alla sicurezza alimentare, alla sostenibilità o all’agricoltura e alla nutrizione. Saranno premiati i contenuti (multimediali e non) che puntano a far luce sui paradossi del sistema alimentare, denunciando e proponendo soluzioni per combattere la coesistenza di fame e obesità o lo spreco alimentare e lo sfruttamento della Terra. Il Food Sustainability Media Award si divide, per la nuova edizione, in due categorie: giornalismo scritto e multimedia – includendo in questo termine video (corti e animazioni), audio e foto. Proprio gli audio, come ad esempio i programmi e servizi radiofonici, entrano dunque a far parte della possibile galassia delle candidature al premio. Per ogni categoria verrà premiato un lavoroinedito e uno già pubblicato. Inoltre, tutti i lavori finalisti saranno automaticamente candidati per la categoria “Best of the web”, scelta direttamente dal pubblico.

Come detto, l’obiettivo del FSMA è far luce (e provare ad individuare delle soluzioni) rispetto ai tre paradossi che interessano il sistema alimentare mondiale:

  • Fame vs obesità perché per ogni persona malnutrita nel mondo ce ne sono due che sono obese o sovrappeso
  • Cibo vs Carburante perché un terzo del raccolto di cereali viene utilizzato per dare da mangiare agli animali o per produrre i biocarburanti, nonostante il problema della fame e della malnutrizione
  • Spreco vs Fame perché ogni giorno vengono sprecati 1.3 miliardi di tonnellate di cibo commestibile, quattro volte la quantità necessaria a sfamare 815 milioni di persone malnutrite in tutto il mondo

“Sin da subito, BCFN ha lavorato per sensibilizzare e porre l’attenzione sui problemi del sistema alimentare e della sua sostenibilità. Ora è giunto il momento di un cambio di passo: dobbiamo coinvolgere maggiormente le persone e trovare soluzioni possibili per combattere i nostri paradossi alimentari, e i media hanno un ruolo chiave da svolgere in questo” ha affermato Guido Barilla, Presidente BCFN.

Proprio facendo leva sulla forza dei media, il premio si propone di focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla questione della sostenibilità alimentare, coinvolgendo un’audience ampia ed internazionale. “Rendere il nostro sistema alimentare più sostenibile è cruciale, soprattutto davanti ai cambiamenti climatici, che stanno diventando sempre più evidenti. E’ un obiettivo che tutti dobbiamo raggiungere: per farlo dobbiamo essere pienamente consapevoli del problema e per questo il buon giornalismo diventa essenziale” ha dichiarato Monique Villa, amministratore delegato della Fondazione Thomson Reuters. “Con questo premio vogliamo riconoscere il valore di quei giornalisti che propongono sfide e soluzioni – se possibile – che possono essere applicate nella vita quotidiana in modo semplice ed efficace”.

I vincitori premiati per un lavoro già pubblicato riceveranno un premio di € 10.000. I vincitori che presenteranno lavori inediti e il vincitore della categoria “Best of the web” riceveranno come premio un viaggio per partecipare a un corso di media training sulla sostenibilità alimentare organizzato dalla Fondazione Thomson Reuters. Inoltre, i lavori inediti dei vincitori verranno pubblicati sui siti della Fondazione Thomson Reuters e della Fondazione BCFN, oltre a essere distribuiti attraverso l’agenzia di stampa di Reuters che conta circa un miliardo di lettori. I lavori potranno essere presentati dal 15 gennaio fino al 31 maggio 2018 e i partecipanti potranno iscriversi al contest attraverso il sito web del Food Sustainability Media Award http://www.goodfoodmediaaward.com/. I lavori finalisti verranno annunciati sul sito a ottobre 2018. Nello stesso periodo si apriranno le votazioni per la categoria “Best of the Web”. I vincitori di ogni categoria saranno annunciati durante il 9° Forum Internazionale della Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition (BCFN) il 27-28 novembre 2018.

Tutti i pezzi selezionati saranno valutati da una giuria d’eccellenza formata da professionisti di primo piano nel campo del giornalismo, della fotografia e delle politiche di sostenibilità agroalimentare. La giuria include: Mario Calabresi (Direttore de La Repubblica); Laurie Goering (Climate Editor presso la Fondazione Thomson Reuters); Irene Mia (Direttore Editoriale Globale, Thought Leadership presso The Economist); Paul Newnham (Coordinatore per il World Food Programme dell’SDG2 Advocacy Hub); Danielle Nierenberg (Fondatrice di Food Tank); Finbarr O’Reilly (Fotografo e scrittore).

Thomson Reuters Foundation

La Fondazione Thomson Reuters opera per promuovere i più alti standard nel giornalismo e diffondere la pratica dell’assistenza legale pro bono in tutto il mondo. L’organizzazione gestisce iniziative che informano e collegano persone in tutto il mondo: accesso ad assistenza legale gratuita, formazione media e training, visibilità mediatica per storie meno conosciute e la Organizzazione della Trust Conference.

Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition

La Fondazione BCFN è un centro di ricerca multidisciplinare che analizza le cause e gli effetti che le relazioni economiche, scientifiche, sociali e ambientali hanno sull’alimentazione. Produce contenuti scientifici che possono essere utilizzati per informare ed aiutare le persone ad una scelta responsabile per quanto riguarda alimentazione, nutrizione, salute e sostenibilità.  

 
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Olio di palma, il conflitto tra consumatori e multinazionali sui media

Roberta Ragni

L’olio di palma sostenibile esiste davvero? È questa la domanda che si stanno facendo migliaia di consumatori italiani, dopo il lancio di una martellante campagna di comunicazione istituzionale da parte della neonata Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile. 

L’obiettivo dichiarato è quello di ‘raccontare agli italiani cos’è l’olio di palma sostenibile’. Così, a partire dal 28 febbraio e per le tre settimane successiva, la comunicazione sta apparendo in maniera massiva su tv, quotidiani, periodici e testate online.  Ma cos’è l’Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile? E chi rappresenta?

 Al suo interno, neanche a dirlo, troviamo importanti aziende che con l’olio di palma realizzano moltissimi prodotti: Ferrero, Unilever Italy Holdings e Nestlé Italiana, Unigrà unite insieme alle associazioni di categoria al sistema Confindustria AIDEPI (Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane), ASSITOL (Associazione Italiana dell’Industria Olearia) e le Associazioni Prodotti e Preparazioni alimentari aderenti ad AIIPA (Associazione Italiana Industrie Prodotti Alimentari).

Si tratta evidentemente di una potente controffensiva lanciata per neutralizzare la campagna contro l’olio di palma, che sta costringendo moltissime aziende a eliminare questo grasso vegetale dai propri ingredienti. A titolo di esempio, ultima in ordine di tempo, c’è la Plasmon, che ha deciso di togliere questo ingrediente dalla produzione dei biscotti per neonati e bambini.

Una decisione arrivata dopo le tante segnalazioni e richieste di genitori, preoccupati soprattutto per gli effetti sulla salute dei loro bambini dell’olio di palma. Per comunicare il cambiamento Plasmon ha lanciato addirittura l’hashtag #tiabbiamoascoltato, realizzando una pagina web dedicata ad informare i consumatori della nuova composizione dei biscotti, ora realizzati con olio di girasole e olio di oliva.

Ma come stanno raccontando i media questo conflitto tra consumatori e multinazionali? In rete si stanno moltiplicando gli articoli (pubblicati proprio a ridosso del lancio della campagna milionaria dell’Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile!), che tendono a minimizzare gli effetti per la salute dell’olio di palma, accomunati tutti dall’intento di “fare chiarezza” o di raccontare “tutta la verità” (una formula che, tra l’altro, presuppone implicitamente che dall’altra parte sia stata creata confusione).

Certo. L’olio di palma non è il male assoluto per la nostra salute. E’ ricco di grassi saturi (45-50%), ma rispetto al burro, allo strutto e alla stessa margarina, ne ha addirittura di meno. Ed è ovviamente anche su questo che batte la campagna dell’Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile, in cui si spiega: “si può affermare che l’olio di palma non ha alcuna caratteristica che lo possa rendere meno raccomandabile di un qualunque altro alimento o ingrediente che apporta grassi saturi alla dieta”.

Facciamo attenzione, però. Quello che molti giornali di dimenticano di sottolineare è che ‘meno raccomandabile’ non significa di certo ‘salutare’. Non a caso il Ministero della Salute, proprio negli ultimi giorni, ha reso noto il parere dell’Istituto Superiore di Sanità sull’olio di palma, da cui emerge che il consumo di olio di palma e di grassi saturi in generale nella nostra dieta dovrebbe essere limitato. Peccato che ad oggi una riduzione dell’assunzione dell’olio di palma risulti difficile, dal momento che è presente in moltissimi prodotti da forno (dai biscotti al pane in cassetta, dai crackers ai grissini).

Quanto alla questione ambientale va detto chiaramente, checché ne dicano le aziende, che l’olio di palma sta continuando a distruggere le foreste. Come abbiamo spiegato su greenMe.it, che si occupa dei danni dell’olio di palma dal lontano 2011, gli ultimi rapporti di Greenpeace parlano molto chiaro (“Cutting deforestation out of the palm oil supply chain” e “Under Fire”). Colgate, Palmolive, Pepsi e Johnson & Johnson sono tra le multinazionali più coinvolte nella distruzione delle foreste. Come si può notare dai nomi delle multinazionali coinvolte, l’impiego dell’olio di palma a livello industriale non riguarda soltanto la produzione alimentare, ma anche la realizzazione di prodotti per la detergenza della casa e per la cura della persona.

L’Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile ricorda, però, che “in Italia le principali aziende utilizzano già olio di palma certificato RSPO (Round Table Sustainable Palm Oil). Il settore dolciario, ad esempio, utilizza, già oggi, olio di palma certificato sostenibile RSPO per circa il 70%”. Di questo molti colleghi parlano chiaramente, dimenticandosi però di citare i numerosi e forti dubbi sulla reale possibilità di avere a disposizione del vero olio di palma sostenibile, dato che le indicazioni della RSPO vietano la deforestazione per la coltivazione di palme da olio solo nelle aree di foresta considerate ‘sensibili’.

Come possono difendersi i consumatori dinanzi a un’informazione giornalistica che potrebbe essere parziale, tendenziosa (e, chissà, forse anche occultamente sponsorizzata)?  Continuando a esercitare pressione, una strategia che si è confermata strumento molto efficace, a partire dalla petizione di grande successo lanciata su Change.org dal Fatto alimentare passando per i messaggi e i post lasciati sulle pagine social delle aziende, fino alla spedizione di mail per dichiarare il proprio boicottaggio fin quando non fosse stato eliminato l’ingrediente incriminato.

Grazie a questo impegno in prima linea  si è riusciti a ottenere l’obbligo di dicitura dell’olio di palma nelle etichetta come ingrediente. E si è arrivati a costringere, di fatto, le aziende alimentari a pagare pubblicità per difendersi e convincerci che l’olio di palma sostenibile esiste davvero.

Nessuno, però, sembra preoccuparsi della questione che si pone, in termini ben più gravi, di un “troppo” ormai non più sostenibile. Troppa carne, troppo pesce, troppo acciaio, troppa plastica, troppi rifiuti, troppe auto. Troppo olio di palma. Come emerso da un confronto interno all’ufficio di presidenza della Fima, sono molte le domande che dovremmo porci. Quali soluzioni troviamo? Quale alternativa scegliamo? Ascoltiamo chi ci dice che potremo continuare con il “troppo” o chi ci mette di fronte alla dura realtà dei limiti alla crescita e della nostra fragilità?

Roberta Ragni, Ufficio di presidenza Fima

Bio Roberta Ragni

Traduttrice, giornalista ambientale, green blogger, web editor. Mille anime per un’unica passione, quella per l’ambiente (e gli animali). Per il resto vedi https://robertaragni.wordpress.com/giornalista-ambientale/