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Comunicato stampa Fima su Marcia per il clima e Cop21

COMUNICATO STAMPA 

La Marcia per il clima e la Cop21: occasione unica anche per i giornalisti. 
Fima chiede agli organi di stampa che dedichino la giusta attenzione a questo duplice evento
e sottopone alla consultazione pubblica la Carta dell’informazione ambientale
 

La Cop21 che si apre il 30 novembre a Parigi è uno snodo fondamentale nella definizione delle politiche globali sul clima. E la Marcia che si terrà domenica 29 a Roma, in contemporanea con altre città d’Italia e del mondo, rappresenta un momento di cruciale importanza per riaffermare il no al terrore, il bisogno di pace fra i popoli e far sentire alla politica la giusta pressione dell’opinione pubblica sui cambiamenti climatici.

Per questo la Federazione italiana dei media ambientali (Fima) che raccoglie giornalisti, blogger, operatori del social network e comunicatori d’impresa, invita le testate generaliste locali e nazionali a cogliere questo duplice evento come un’opportunità per avviare in forma continuativa e competente un’opera d’informazione sulle cause, le conseguenze e le soluzioni praticabili sul piano politico, economico, sociale e tecnologico al problema degli sconvolgimenti climatici.

Il clima che cambia, infatti, fa notizia soltanto quando i fenomeni meteorologici estremi provocano danni e vittime con frequenza sempre maggiore anche nel nostro Paese. I negoziati degli ultimi anni, inoltre, sono stati sostanzialmente ignorati, spesso da soggettiche avrebbero tutti i mezzi per erogare un’informazione ampia e circostanziata, come avviene da parte di diversi organi di stampa stranieri. È una grave mancanza che trascura peraltro l’interesse verso queste tematiche da parte dell’opinione pubblica, confermato da diverse ricerche sociali e anche dall’attenzione che riscuotono le testate specialistiche, i blogger e gli operatori del social network che comunicano l’ambiente. Una mancanza resa ancora più evidente oggi al cospetto dell’assoluta carenza di dibattito e informazione sullo sfruttamento delle fonti fossili nelle aree geografiche, a partire dal Mediterraneo, in cui attecchisce il fondamentalismo.

La Fima-Federazione italiana media ambientali ha aderito alla “Coalizione italiana per il clima” e sarà in piazza a Roma il 29 novembre con un proprio striscione durante la “Global climate march” per testimoniare il bisogno di un’informazione più continuativa e competente sul tema, in particolare da parte del servizio pubblico. Invita tutti gli operatori dell’informazione a partecipare per raccontare dall’interno questo evento di partecipazione civica che guarda verso l’economia a emissioni zero.

A un’informazione più pertinente, continuativa e costruttiva è dedicata inoltre la “Carta dell’informazione ambientale” che la Fima sottopone da oggi, nella bozza messa a punto durante i mesi scorsi da un gruppo di lavoro, alla consultazione pubblica tramite il proprio sito www.fimaonline.it. Il Comitato scientifico dell’associazione, insieme a tutti i soci è inoltre a disposizione degli organi d’informazione per fornire chiarimenti, materiali e opinioni utili a interpretare nella forma più compiuta gli esiti del summit sul clima di Parigi.

Con cortese preghiera di pubblicazione

Fima-Federazione italiana media ambientali
info@fimaonline.it



La Federazione Italiana Media Ambientali (Fima) è stata fondata il 24 aprile 2013 durante il “Festival internazionale del giornalismo” di Perugia. Ha lo scopo di promuovere e migliorare la comunicazione ambientale, diffondere la cultura della sostenibilità, anche in collaborazione con analoghe organizzazioni di altri paesi, concorrendo in questa maniera alla tutela e valorizzazione dell’ambiente.

info@fimaonline.it, www.fimaonline.it

Verso la Carta dell’informazione ambientale: brand journalism e divulgazione

Sergio Vazzolerdi Sergio Vazzoler

Con l’affermarsi della sostenibilità come tema centrale per le imprese oltre che per le istituzioni, la comunicazione ambientale è diventata più diffusa e più complessa. A ciò si aggiunge la tendenza per cui il tono dei dibattiti sulla responsabilità d’impresa, sulla gestione delle emergenze ambientali e sulla negligenza aziendale, spesso si scalda parecchio, soprattutto quando ong, movimenti ambientalisti e comitati civici esprimono critiche sugli sforzi delle aziende e sulle loro eventuali responsabilità. Una tendenza che spesso coinvolge anche le istituzioni, gli enti terzi e le autorità di controllo. In questo contesto, il ruolo di chi è chiamato a comunicare i temi ambientali assume un’importanza crescente: non solo gli operatori dell’informazione ma anche i comunicatori pubblici, delle imprese e del terzo settore. È uno dei temi intorno ai quali è nata la “Federazione italiana media ambientali” che affronta, oggi, un ulteriore passo: la Carta dell’Informazione Ambientale. Il mio personale contributo a questo lavoro collettivo si concentra su due singoli aspetti che penso abbiano un crescente impatto sulla qualità dell’informazione ambientale.

1) L’ambiente: complessità, divulgazione e narrazione

L’informazione ambientale sconta tutt’oggi un problema irrisolto: la complessità. La comunicazione sugli effetti provocati dai cambiamenti climatici ne rappresenta l’emblema. Da circa 25 anni, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) pubblica rapporti periodici per mettere in guardia il mondo dai pericoli in tal senso. Le conoscenze scientifiche accumulate in tutti questi anni hanno una portata enorme e il lavoro di raccolta, analisi e sintesi è davvero mastodontico. Eppure, l’impatto dei rapporti Ipcc continua a essere assai limitato. Nonostante tutti gli sforzi per contestare i ragionamenti degli scettici e sfatare i luoghi comuni, l’opinione pubblica non ha fatto progressi rispetto a quando l’ Ipcc iniziò la sua attività.

Un recente rapporto pubblicato da Climate Outreach & Information Network osserva, ad esempio, come l’ Ipcc riesca a raggiungere il proprio obiettivo di mettere al corrente i decisori del cambiamento climatico, senza però riuscire a fare da catalizzatore per ottenere una risposta politica e pubblica adeguata. E ciò, secondo il think tank di Oxford, continuerà fino a quando non si evolverà il rapporto della scienza con la società e fin tanto che i documenti prodotti dall’ Ipcc non saranno accompagnati da narrazioni forti che rendano viva la scienza e che partano dal punto di vista dei suoi pubblici: che cosa deve sapere il settore delle costruzioni per creare infrastrutture low-carbon? Che impatto potrà avere il clima che cambia sui programmi della sanità pubblica per gli anziani? E così via.

Ma se il climate change è l’emblema, non è che gli altri temi ambientali se la passino tanto meglio dal punto di vista dell’efficacia divulgativa. Nonostante alcune eccezioni di valore, ancora troppo marcata è la connotazione tecnica di chi racconta il funzionamento delle energie rinnovabili, i sistemi di raccolta e gestione dei rifiuti, i percorsi di bonifica ambientale e persino i vantaggi di vivere in una città intelligente. Persino negli speciali dei grandi giornali che precedono eventi di punta del settore, come durante la recente edizione di Ecomondo, si assiste a una “caduta d’impatto” rispetto alle pagine precedenti e successive degli stessi quotidiani: eccessivo utilizzo di acronimi, abbondante ricorso ad inglesismi (dalle smart grid all’e-procurement passando per il waste to energy, il recycling e il decommissioning), rassicurante rifugio nel linguaggio per addetti ai lavori ed eccessivo spazio ai pubbliredazionali da parte delle aziende, in cui tecnologia e ingegneria prevalgono su divulgazione, semplificazione e modalità di ingaggio con i lettori.

Eppure le storie sono i mezzi con i quali impariamo sin da piccoli a “leggere” i fatti intorno a noi, impariamo valori e costruiamo le nostre idee. Le storie le troviamo un po’ dappertutto ma spesso non le troviamo nella comunicazione ambientale. Fima, tramite la Carta dell’Informazione Ambientale, può e deve provare a includere nella cassetta degli attrezzi formativi anche la semplificazione del linguaggio tecnico-scientifico e la ricerca di “cornici” di significato condiviso in cui incasellare i temi e le sfide ambientali.

2) Media e informazione aziendale: evoluzione di un rapporto complesso

Il rapporto tra le testate giornalistiche e gli uffici stampa delle aziende è sempre stato complesso e assomigliava a una sorta di tiro alla fune. Poi nell’ultimo decennio l’imporsi della comunicazione digitale con la conseguente creazione di una nuova sfera pubblica che s’informa, dibatte e si attiva in un ambiente fortemente disintermediato, ha completamente cambiato lo scenario, impattando tanto sul giornalismo quanto sulla comunicazione aziendale. E così, complice anche la crisi dell’editoria, torna alla ribalta un fenomeno che è sempre esistito ma che oggi assume un peso più rilevante: il brand journalism, ossia l’informazione prodotta dalle aziende.

Sono proprio i social network e gli altri strumenti di comunicazione digitale che permettono a queste notizie di raggiungere un pubblico sempre più vasto. Ma non solo. Da un lato le imprese si organizzano con vere e proprie redazioni (o con l’ausilio delle agenzie di Rp) in grado di sfornare articoli, video, infografiche, utilizzando i propri canali di comunicazione per la loro diffusione. Dall’altro lato le testate giornalistiche, specialmente quelle online e specialmente a livello locale, hanno bisogno di questo tipo di contenuti multimediali per creare “traffico” e interazione. Dunque, siamo di fronte a un nuovo perfetto meccanismo di vasi comunicanti? Non proprio, nel senso che il confine tra scambio virtuoso e nuove forme di controllo, indirizzo e “conquista” degli spazi giornalistici si assottiglia pericolosamente. E se diversi operatori dell’informazione e testate offrono alle aziende le proprie competenze per aiutare i marchi a trasformare progetti in storie, altri media, per necessità di distinzione o reazione, sono portati a intraprendere vere e proprie battaglie pregiudiziali contro le informazioni provenienti dalle aziende.

Ma così facendo, in termini generali ma a maggior ragione su temi scottanti come l’ambiente, l’inquinamento e la salute, si rischia un cortocircuito dove una libera, corretta e preziosa divulgazione di questioni complesse (quanto mai preziosa e necessaria) viene sostituita con una sfida tra opposte fazioni. E, alla fine, a farne le spese è solamente il lettore che invece di diventare più consapevole, rischia di schierarsi come allo stadio.

Pur non potendo intervenire su logiche e tendenze di mercato, Fima e la Carta dell’Informazione Ambientale possono e devono giocare un ruolo importante nel fare cultura circa l’interesse generale a cui l’informazione ambientale mira e nel raccontare e valorizzare le buone pratiche di una corretta comunicazione ambientale.

Perché una Carta dell’informazione ambientale?

Marco Gisotti

“Io mi feci portavoce di quei montanari e scrissi un articolo per l’Unità,
indicando quello che sarebbe potuto accadere e che oggi è accaduto”.

Tina Merlin

I temi della crisi ecologica da argomento di frontiera, trattato da alcuni giornalisti pionieri nei decenni passati, oggi vengono riproposti nel sistema mediatico in maniera trasversale e sempre più frequentemente. Non soltanto la questione dell’Ilva di Taranto, che pure sarebbe rappresentativa della capacità di un tema di allarme ambientale di essere di volta argomenta per le “pagine” giudiziarie, politiche, di cronaca locale o scientifiche, ma anche la trattazione sempre più richiesta di articoli e inchieste che spaziano dalla politica internazionale ai consumi personali, dall’occupazione ai cento allarmi ecologici che in ambito locale o globale vengono sollevati.

Inoltre gli interessi economici di parte, da un lato, e una diffusa ignoranza scientifica, dall’altro, rappresentano gli estremi di un sistema mediatico inquinato e difficile da interpretare per il pubblico non specialistico, creando una situazione in cui spesso è data pari importanza a interlocutori che, sul piano oggettivo delle competenze (come nel caso del negazionismo climatico), non ne hanno o, ancora, si alimentano paure prive di fondamento (come nel caso delle cosiddette “scie chimiche”). Di questi argomenti occorre oggi offrire una rappresentazione adeguata, che non dia spazio ad errori interpretativi, a false credenze o a dicotomie inesistenti. A differenza di altre “carte” dedicate ai giornalisti, nel caso di una “carta dell’informazione ambientale” non si intende proteggere una categoria (come fa la carta di Treviso per l’infanzia) ma dare una regola (come fa la carta sull’informazione economica).

Perché oggi? Perché crisi climatica, dissesto idrogeologico e inquinamento – e potremmo continuare – sono oggi ad un livello tale che non abbiamo più tempo da perdere. Su questi temi la responsabilità dell’informazione è totale. Portare a conoscenza dei cittadini i temi della crisi ecologica è una responsabilità particolarmente gravosa: sottacere un’informazione o dare voce ad una fonte sbagliata equivale a rendersi partecipi involontari di un disastro.

La trattazione di questi temi introduce una sostanziale novità nel giornalismo: non significa più essere solo cronisti, riportare cioè l’accaduto, ma sovente significa anticipare gli stessi eventi, raccontando le dinamiche che li potranno precedere (pensiamo al rischio esplosivo del Vesuvio o, su altra scala, ai cambiamenti climatici). Fornire ai cittadini e ai decisori politici gli strumenti su cui pianificare e costruire il futuro delle prossime generazioni. Per questo v’invitiamo a contribuire alla stesura della Carta dell’informazione ambientale di cui trovate on line una bozza di sommario da integrare, commentare, nutrire di contenuti. La versione definitiva, sulla base del calendario che proponiamo sempre nel documento, sarà sottoposta al voto assembleare a nome di tutti gli autori che avranno contribuito.

Marco Gisotti, Fima