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Alternanza scuola lavoro, uno strumento verso l’economia circolare della conoscenza?

Daniela RiganelliVoglio dare un contributo a questo tema estremamente attuale perché penso di avere una visione del problema che è abbastanza rara. Sono infatti da vari anni consulente di un’azienda di chimica-verde molto innovativa, insegno chimica nella scuola secondaria di  secondo grado come part time e non da ultimo, sono madre di due adolescenti uno che uscirà quest’anno dall’obbligatorietà dell’alternanza e uno che comincerà il prossimo anno.  Chiaramente anche se la mia visione del problema è alquanto privilegiata la mia opinione rimane soggettiva ma spero condivisibile. 

La prima domanda è: perché c’è bisogno dell’Alternanza Scuola Lavoro nella scuola? Perché ragazzi anche liceali (per i tecnici lo stage e i tirocini aziendali per quanto diversi dall’alternanza si sono sempre fatti) devono uscire da scuola e conoscere già a 16-17 anni il mondo del lavoro?

E ovviamente la prima obiezione è vedere ciò che perdono: ore di lavoro in classe, pezzi di programma da fare, in altri termini possono perdere quell’insieme di conoscenze formali che ha retto il sistema scolastico forse dalla riforma Gentile (1923) in avanti.

Il  percorso formativo della cosiddetta istruzione  “formale” (quella che da i diplomi) è decisamente  lineare:  materna – elementari – medie inferiori / superiori – università (opzionale). Anzi, direi   piramidale e atta a  formare  persone con una determinate  conoscenze/competenze  che permettevano l’accesso ad  un lavoro stabile sia temporalmente che per tipologia di attività. I licei formavano i futuri dirigenti, ricercatori e professori, gli istituti tecnici-professionali orientati al mondo “del lavoro” e delle professioni. Una scuola lineare per una carriera lavorativa lineare fino alla pensione.

Nel frattempo pero’ il mondo è cambiato, l’economia stessa non puo’ più essere lineare ma parliamo di economia circolare perché le risorse sono finite e dobbiamo essere in grado di rigenerarle. Anche le carriere non sono più lineari, i lavori sono precari, non solo secondo un’accezione negativa del termine, semplicemente perché talvolta certe mansioni non servono più  e per sopravvivere è necessario innovare e innovarsi. Negli anni novanta hanno automatizzato, esternalizzato e delocalizzato facendo perdere migliaia di posti di lavoro. Talvolta è stato pure giusto chiudere un’azienda inquinante? I  posti di lavoro persi potevano e anzi avrebbero dovuto rigenerarsi in qualcosa di nuovo, trasformando il know how manufatturiero in produzioni di  beni e servizi che  guardavano a  futuro in ottica di LCT (Life Cycle Thinking), una  progettazione circolare appunto. E’ stata colta questa occasione? Forse ancora troppo  poco visti i tassi di disoccupazione giovanile che abbiamo in Italia, ma molto si sta facendo ed esistono tantissime realtà industriali, artigianali ma anche nel mondo dei servizi, che lo dimostrano.

Non possiamo nemmeno permetterci più di chiedere e pretendere un lavoro (cosa che la costituzione stessa ci dovrebbe garantire) se questo non è integrato in un sistema che è in grado di cambiare il mondo, di riprogettare  gli oggetti che ci circondano (eco-design), di sfruttare le risorse naturali in modo conservativo e non dissipativo (bioeconomia), di produrre energia solo rinnovabile. Si chiamano “green jobs” e io auguro a tutti i ragazzi che in futuro ci saranno solo “green jobs”.

Detto questo, rifacciamoci la domanda in un’altra angolazione: quella scuola che tipicamente trasmette  conoscenze da docenti a discenti, a patto che il sistema funzioni ancora nei nativi digitali, è sufficiente ad affrontare  questa trasformazione della nostra società?

Ma non solo, le conoscenze scientifiche che hanno formato la mia generazione, i più anziani ma anche coloro  che oggi hanno  trent’anni e che pare abbiamo tutti fatto una scuola migliore di quella di oggi, ci sono servite a capire le sfide complesse di questa epoca??? A me pare proprio di no e potrei fare mille esempi ma forse, come direbbe l’insegnante d’italiano, vado troppo fuori tema.  

La scuola che deve affrontare le sfide del futuro è fatta di tante cose, tra cui anche, ma  non solo, l’alternanza scuola lavoro, che di fatto è un po’ una scorciatoia che prende i ragazzi e li fa affacciare nel mondo del lavoro senza che ne l’una ne l’altra parte ne siano preparati. Ma almeno si prova a far dialogare i due mondi fino ad oggi troppo distanti.

Non è preparata la scuola e il corpo docente che di fatto oltre ad essere anche anagraficamente un po’ vecchio (non per colpa degli insegnanti) è stato formato secondo la logica lineare delle conoscenze e il tanto decantato passaggio alle competenze non stato affatto assorbito, anzi talvolta è stato pure mal interpretato. L’idea innovativa della competenza infatti non sta solo nel “saper applicare in un contesto diverso le abilità e conoscenze  acquisite”  ma nel aprire i cassetti impolverati delle singole discipline e lavorare in modo trasversale su problemi reali e sulle abilità trasversali dei ragazzi.  I cosiddetti soft skills, non  si ottengono dall’ascoltare-studiare e ripetere ma riguardano il saper interpretare la realtà con quanto viene partecipato insieme al gruppo  classe, portato  fuori e viceversa. Serve saper lavorare in gruppo, sapersi rapportare, saper risolvere problemi, gestire lo stress, sapersi adattare a situazioni lavorative diverse etc (voci estrapolate dalla certificazione  delle competenze dell’alternanza) e forse affrontare le sfide della vita con una cera umiltà.

Oggi,  così come il lavoro non è saper fare solo una cosa, ma servono mille altre competenze e abilità per affrontare il mondo in rapida evoluzione, anche la scuola deve affrontare questa sfida.  E fin quando non impareremo ad insegnare in modo diverso integrando le discipline, inglobando i tanti  “progetti” extrascolastici che fino ad oggi sembrano essere solo additivi e quindi dispersivi, sapendo gestire in modo intelligente l’alternanza che non a caso nasce come attività curriculare, non riusciremo a formare bene i nostri ragazzi. Non gli daremo quella “cassetta degli attrezzi” minima che gli servirà ad affrontare il mondo. Un mondo aimè che abbiamo collaborato a depauperare e per la cui rigenerazione (speriamo più della semplice resilienza) servirà tanta voglia, tanta inventiva e  tanto entusiasmo che abbiamo il dovere morale non di trasmettere ma di condividere in modo partecipativo tra tutte le generazioni.

Daniela Riganelli

Docente di chimica
Consulente Novamont
Socio Fima

 

Comunicare la chimica

Daniela Riganellidi Daniela Riganelli, chimico, formatore e consulente per l’ambiente

Nella  prima lezione di chimica alle  superiori (raramente alle medie) lo studente si sente dire che “la Chimica è la scienza che studia la materia e le sue trasformazioni”. In pratica è chimica tutto quanto ci circonda e tutto quello che facciamo direttamente o indirettamente. Fin qua uno studente si potrebbe aspettare di ricavare  da quelle lezioni qualcosa di utile e vagamente interessante. Invece un po’ per il pregiudizio intorno al termine stesso, un po’ per le  leggende metropolitane di professori “strani”, lezioni astruse, amici e  parenti che hanno sempre sostenuto “io la chimica non l’ho mai capita”, la  “Chimica”, quella scolastica,  è stata da sempre la pecora nera delle materie e  ha prodotto nel tempo intere generazioni di ignoranti “di chimica”  diventanti poi  diffidenti alla “chimica”. 

È anche vero che con le poche ore a disposizione (e sempre meno nel tempo) e i paletti dei programmi ministeriali, la sola Chimica che si riesce a trasferire è una sequenza di formule, reazioni, regole e leggi che nulla hanno a che fare con quanto tocchiamo, respiriamo, vediamo, mangiamo. La chimica  è inoltre  diventata pecora nera della scienza tutta anche nel cosiddetto immaginario collettivo, colpa questa volta, non solo della scuola o di una comunicazione superficiale (che comunque esiste!),   ma soprattutto  di coloro   che hanno capito fin troppo bene il senso di   “trasformazione della materia” giocando a produrre nuove sostanze  senza considerarne gli effetti a lungo termine sull’ambiente e sull’uomo.

L’uso che è stato fatto della  chimica è stato spesso così spregiudicato che sommandolo all’atavica ignoranza della  materia ha prodotto una generica fobia per tutto quello che è per esempio “prodotto chimico di sintesi”: senza pensare che una sostanza può essere tossica o innocua sia che venga prodotta da procedimenti chimici o estratta da piante. Al contrario, tutto ciò che è  naturale sembra essere buono e giusto, pur sapendo che la natura è una fucina di reazioni chimiche e che non tutti i composti naturali sono innocui.  

La comunicazione  (intesa in senso lato come mondo dei media)  dal canto suo, ha come obiettivo primario quello di essere  compresa da un pubblico più ampio possibile.  Senza fare una dissertazione su  linguaggi e metodologie , tutti sanno che per comunicare serve un lessico  semplice, diretto, possibilmente “friendly” e che  agisce su canali emotivi piuttosto che razionali. Tutte caratteristiche che la chimica non ha di per sé essendo una scienza razionale, ostica,  antipatica ai più a cui è stata ormai assegnato questo ruolo distruttivo.  Quindi la comunicazione  ha dato bollino nero alla parola “chimica” e quello verde a  “naturale” cui  ha assegnato un  ruolo salvifico  perché ben si presta ad essere semplice  ed emotivamente coinvolgente.

 È anche vero che  una “notizia”  riguardante la  chimica  deve  essere illustrata da coloro che fanno informazione  (diciamo giornalisti generici) tendenzialmente digiuni della materia per un pubblico ancora più ignaro il cui unico canale emotivo che apre alla parola chimica è negativo, di paura. E visto che nessuno ne capisce più di tanto ma è necessario essere semplici, diretti e possibilmente enfatici  ne nasce una sottaciuta leggerezza con cui viene trattata  la materia a partire dal lessico basilare della chimica ovvero la nomenclatura  fatta dalle formule più elementari.

 Un esempio su tutti è come viene trattata l’anidride carbonica, nome tradizionale per indicare la famosa formula CO2 (con il 2 in pedice) che sta ad indicare una molecola fatta da un atomo di C e due di O. Atomi che se fossero separati sarebbero tutt’altra cosa (C in natura si trova come grafite o diamante) e l’O2 è l’ossigeno dell’aria. La povera anidride carbonica  infatti viene sempre scritta male ad esempio: CO2 (sbagliato solo il 2 ma è la più corretta tra le sbagliate), Co2 (potrebbe essere Cobalto sempre con questo 2 che non significa nulla), co2 (gli atomi si scrivono sempre maiuscoli perché così non corrispondono ad alcun elemento),  talvolta si trova pure CO2 o peggio Co2 (come se fosse una formula matematica…). Per un “non chimico” sembrano errori da poco ma è come scrivere un nome con le minuscole o una formula matematica in cui scambiamo un numero o un segno a nostro piacimento. Il risultato però cambia! Chiaramente questa “leggerezza” si applica poi per estensione tutte le volte (o molto spesso) che c’e’ da riportare una notizia citando qualche elemento, composto o materiale dal nome più o meno strano.

Quando poi a sbagliare nomi di elementi ci pensa l’Ansa  la notizia viene rimbalzata tal quale, ma viene poi bacchettata (giustamente),  nel blog di un professore di chimica  (http://raffrag.wordpress.com/2010/11/25/labbicci-della-chimica/)  che alla  notizia  “I Comuni italiani che non rispettano i parametri europei per quanto riguarda la presenza naturale, nelle acque destinate al consumo, di arsenico, floruro e borio”   ci fa notare che  non siamo in grado di capire se oltre all’Arsenico si deve controllare anche  il Fluoruro (e non il floruro come riporta l’Ansa  che magari è un’altra cosa) e questo borio che non esiste e si rimane nel dubbio se sia il Bario, il Boro o  Borhio (tre elementi con caratteristiche ed effetti sulla salute estremamente diversi). Eppure per controllare questi nomi non serve essere un chimico ma basta consultare la tavola periodica e se la non ci sono questi elementi, stiamo pur tranquilli che non ci saranno nemmeno nelle nostre acque.

 Ma è davvero così importante scrivere bene la  chimica anche per fare comunicazione? Secondo me si perché la forma è il biglietto da visita con cui si espone  una notizia e presuppone il rispetto per l’oggetto in questione ma anche per il lettore che magari può andare a guardare i parametri chimico fisici delle acque del suo comune e  non trovando il borio pensa di essere tranquillo quando magari è proprio il Boro ad essere fuori norma.  Oltre alla nomenclatura poi, che è solo uno dei sintomi del malessere ben più ampio, per ritornare a parlare serenamente, consapevolmente e oggettivamente di Chimica nel nostro paese, senza evocare per forza mostri, la strada è veramente lunga e certo le notizie preoccupanti di interi territori inquinati (vedi Taranto, la terra dei fuochi e tanti altri siti industriali dismessi) non aiutano.

 Ma una soluzione c’è e viene proprio dalla conoscenza della chimica, intesa come la scienza che studia tutte le trasformazioni della materia, questa volta però vista con un approccio sistemico e ciclico per cui si dovranno utilizzare risorse in grado di essere rigenerate (risorse rinnovabili) e  pensare prodotti in grado di essere reintegrati nel ciclo produttivo e naturale  (eco-design) senza produrre danni all’ambiente. Possibile? Certamente si, perché questo è il sistema in cui lavora già la “Chimica verde” (chimica a cui abbiamo dovuto aggiungere questo suffisso per distinguerla dalla chimica “nera” del petrolio) e la Bioeconomia (l’economia che mima i sistemi biologici di ottimizzazione delle risorse)  che dovranno diventare  semplicemente tutta la  chimica e l’economia del futuro. Tutto nell’ottica dell’“economia Circolare” come ha detto  Janez Potočnik, ex-commissario Ue per l’ambiente nella presentazione del documento “Towards a Circular Economy”. D’altronde, come sosteneva Halford Mackinder, padre della geopolitica, “La conoscenza è una, la sua suddivisione in discipline è una concessione alla debolezza umana”.