Verso l’assemblea di Rimini: Walter Ganapini

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On Novembre 5, 2013, Posted by , In L'assemblea di Rimini 2013, By , With No Comments

di Walter Ganapini, Honorary Member, Scientific Committee, European Environment Agency

Nel 1990 , nell’ambito dei progetti EUREKA, a Bonn venne presentato il rapporto dell’inglese  ECOTEC alla Commissione Europea sul tema “Origini e Sviluppi dei Conflitti Ambientali in Europa”. In quegli anni, in Italia, era già luogo comune tra decisori privati e pubblici , come lo è oggi (pensiamo solo a NOTAV , Grandi Opere , nucleare , inceneritori , Ponte sullo Stretto) , affermare : “la gente è irrazionale,  si oppone a tutto, è emotiva” . La ricerca ECOTEC portò invece alla ribalta come il problema in realtà non fosse la sindrome NIMBY (“not in my backyard”),al quinto posto nell’ordine di priorità decrescente di cause di scatenamento di conflitto ambientale, mentre la prima causa risultava essere NIMTO (“not in my terms of office”) , lo scaricabarile tra istituzioni .                     Il vero nodo era il rispetto dei ruoli , a partire dagli istituzionali , e delle norme , del fare o non fare ‘il proprio mestiere’ : provai perciò a fare una verifica dell’assumere come causa prioritaria di conflitti la sindrome NIMTO nel caso italiano.

Iniziai dai comportamenti dello Stato e dal ben noto fenomeno del disattendere sistematicamente l’armonizzazione formale e sostanziale della nostra normativa con la comunitaria , ciò che ci porta al triste primato di destinatari del 14% delle procedure d’infrazione in campo ambientale irrogate da Bruxelles. In virtù del fatto che nella cultura giuridica italiota non ha vinto l’approccio “common law” e ‘prova ed errore’ anglosassone e neppure quello napoleonico, bensì quello ‘spagnolesco’, si è in presenza di una produzione legislativa caratterizzata dalle contraddizioni e dagli accavallamenti tra le nuove norme e quelle precedenti.

In più, una burocrazia spesso incompetente (ora in modo drammatico) ,non desiderosa di assunzioni di responsabilità nè orientata al problem solving ,pur di tutelare sé stessa anche in campo ambientale, introduce in legge limiti spesso frutto di  collazioni eterogenee di quanto in uso nel mondo, “tanto poi nessuno controlla”. Accade frequentemente che si pubblichino norme infarcite di errori materiali, ciò che aumenta il potere negoziale/interpretativo della burocrazia , sempre nell’ottica  “la norma si applica ai nemici e si interpreta per gli amici”. In questo contesto, ulteriori passaggi negativi si sono registrati negli ultimi anni, in cui si è dato seguito alla volontà  dei poteri economici e politici prevalenti di distruggere normativa e controlli anche in campo ambientale: con la scusa di elaborare Testi Unici ,privi di seri manuali tecnici attuativi come nel resto del mondo, si sono approvate,purtroppo trasversalmente,leggi con un articolato eccessivo e che non danno alcuna razionale certezza al sistema produttivo , come invece necessario, ed alimentano un affollato parterre di “azzeccagarbugli” (absit iniuria verbis) per la gestione dell’enorme contenzioso che ne consegue,anche per gli inadempimenti della Amministrazione, soprattutto nella sovrabbondante normazione secondaria.

Altro tassello fondamentale nella logica di una gestione razionale e trasparente, anche dal punto di vista economico ed industriale, dei cicli ambientali è la politica tariffaria. Un esempio: da quanto tempo diciamo che la tassa rifiuti per unità di superficie è intollerabile oltre che evasa:come pagare per il solo peso del rifiuto effettivamente prodotto,come mettere in moto un meccanismo che premi riduzione all’origine dei rifiuti e dunque riuso e raccolta differenziata, se non attivando la tariffa puntuale prevista in legge da più di 15 anni?

Qualche centinaio di Comuni virtuosi , su oltre 8800, ne hanno deciso l’adozione in via sperimentale, ma il decollo a regime della norma è stato ostacolato da un lobbying politicamente trasversale a tutela di una TARSU in cui erano inclusi/occultati altri strumenti impositivi : altro che trasparenza (“accountability”) ritenuta premessa di governo razionale dell’interesse pubblico. Il peggio, purtroppo, verrà dalla annunciata istituzione di una TARES , poi diventata parte indistinguibile, di fatto, di una nuova TASI, con buona pace di efficienza, concorrenza,riduzione dei costi dei servizi a seguito di serie liberalizzazioni.

Il tema in questo Paese è sempre rimandare, dilazionare, non attuare le riforme sino a che non si generano ‘emergenze’ , da trasformare in occasioni di illecito guadagno per i soliti noti (inclusa l’economia criminale). Quindi, lo Stato per primo ha problemi nel ‘fare il proprio mestiere’,per di più  distruggendo strumenti importanti  , in primis le Autorità di Bacino Idrografico, aggredendo una positiva innovazione (per l’Italia) normativa di fine ’80 . Le Regioni non sono da meno, in tema di contributo alla sindrome NIMTO: le leggi dello Stato impongono che i principali temi ambientali vengano gestiti attraverso una pianificazione fondata sul principio, banale, che non si possa governare un fenomeno se non se ne conoscono gli aspetti quantitativi e qualitativi.

Troppe Regioni risultano inadempienti in toto,altre in ritardo , anche perché le norme non prevedono quasi mai sanzioni per l’inadempimento:oltre a ciò,la distruzione degli strumenti di controllo (ANPA, ARPA) inficia all’origine la possibilità di disporre della adeguata informazione di base per poter assumere decisioni appropriate (si pensi che in tema di matrice ‘suolo’ , la Carta Geologica nazionale non arriva a coprire la metà della superficie del paese) .

Anche le Regioni, quindi, contribuiscono bene a NIMTO , a volte anche scaricando la delega di pianificazione direttamente sulle Province , ciò che peraltro contraddice l’esigenza che il “planning” sia funzione “fredda” , da svolgersi non in relazione diretta con il territorio. Alle Province,d’abitudine,compete la funzione essenziale di governo del controllo ambientale e del coordinamento di importanti azioni autorizzative;stante la precarietà attuale delle Agenzie Ambientali,molte lacune si registrano in tema di monitoraggio e diffusione dell’informazione circa lo stato dell’ambiente in relazione ai temi della salute delle popolazioni . Qualche Amministrazione,poi,ad esempio in tema di rifiuti, si è inventata la monetizzazione del rischio nel rapporto con le popolazioni e con i cittadini interessati, ad esempio, dall’insediamento di impianti di smaltimento. E’ un’idea che si ripropone a proposito di inquinamento da rumore : monetizzare  il rischio appare scelta comunque non efficace né coerente.

Neppure le Province possono dunque ritenersi esenti dal contribuire a NIMTO.  Se poi ragioniamo di Comuni, spesso le leggi dello Stato li incaricano di armonizzare nella pianificazione territoriale gli interventi ai sensi delle pianificazioni settoriali. Quegli interventi ,in alcuni casi,costituiscono automatica variante ai Piani Regolatori, inclusa la localizzazione dei siti per tecnologie ambientali ed energetiche,da indicarsi tendenzialmente in aree artigianali,per servizi tecnologici, in aree dismesse e bonificate (“derelict areas”):è invece capitato spesso di vedere che si riscontrano improbabili localizzazioni, in aperta campagna e ai confini col Comune limitrofo, scelte spesso sottese da accordi illegali, come dimostrato da procedimenti giudiziari. Altra questione che interessa i Comuni e le loro Aziende è la liberalizzazione del mercato dei servizi: liberalizzazione,non privatizzazione, per la natura pubblica delle prestazioni erogate, molto importanti nell’ottica dell’interesse generale.

 

Gli ostacoli ad una seria liberalizzazione sono venuti dalla difficoltà di misurarsi con il tema dell’efficienza, dei costi, del fatto che le municipalizzate scontavano una gestione “politica”: con fatica il nodo poteva essere sciolto dalle Amministrazioni Comunali, e la politica centrale ha generato i mostri dell’enorme indebitamento delle “multiutilities”, cui oggi si tenta di far fronte abusando della Cassa Depositi e Prestiti. Detto dei Comuni, veniamo agli attori privati, cui competeva, secondo regole di mercato, di ricorrere alle migliori tecnologie disponibili, che prevedessero un minimo di riprogettazione, superando l’italica scarsissima propensione all’innovazione finalizzata alla qualità ed alla sostenibilità ambientali.  Quegli imprenditori che hanno tentato di seguire la ‘strada maestra’ europea,non quella italiota di tangenti e accostamenti alla politica,spesso hanno dovuto dismettere le attività o rivolgersi solo a mercati esteri. C’è poi un tema fondamentale a carico del mondo della comunicazione in materia di questioni ambientali : vi sono stati giornalisti e “media” (il più delle volte orientati da una proprietà con interessi in gioco nelle vicende  trattate) che a Milano chiamavano ‘discarica’ un impianto moderno di riciclaggio,naturalmente per aumentare la tensione sociale in un contesto urbano complesso, ad esempio nel pieno di una emergenza rifiuti provocata per finalità politiche evidenti.

A Roma, è capitato di avere a che fare con uomini politici di primo piano infuriati contro “la discarica sotto casa”, in realtà progetto di centro di ricovero sotterraneo per piccoli mezzi per la pulizia urbana,esternamente percepibile come area verde. Agli operatori della comunicazione compete la ricerca del massimo di correttezza nell’informazione pena il creare insussistenti allarmi sociali semmai lasciando sullo sfondo questioni realmente cruciali per l’ambiente e i cittadini. A fronte di questa situazione, dove quasi nessuno fa il proprio mestiere, il cittadino, giustamente, fa fatica a sentirsi sicuro nell’interlocuzione con le istituzioni.

Bisogna passare dalla “best available information” alla “best needed information” (perché si può morire anche di “over” informazione), tempestiva ed affidabile.  Qui entra in gioco una riflessione che vede attiva la Corte Suprema di Cassazione ed altri importanti Organi dello Stato, a partire dall’interrogarsi circa la effettività. della tutela dell’ambiente come diritto. Emerge il tema di una figura, che nel mondo anglosassone si definisce il validatore terzo indipendente, che nel conflitto, si orienti chiaramente a principi di indipendenza, trasparenza, eccellenza tecnico-scientifica. Certamente occorre superare quei diffusi comportamenti italioti che, ancora qualche anno fa, portavano l’unico italiano presente ad un seminario, organizzato a Milano da un importante gruppo multinazionale della comunicazione, a tenere una relazione, in tema di rischio industriale e ambientale, intitolata “Cosa dire e cosa non dire ai cittadini nelle situazioni di rischio”. Era il titolo di una pubblica conferenza e la dice lunga sulla potenziale credibilità di quel pubblico funzionario rispetto ai cittadini interessati da eventuali rischi, ma anche nei confronti delle stesse imprese, sempre meno interessate ad una ottica miope di negoziazione.

Tornando al tema, dunque, abbiamo un’unica cosa da fare e comunicare bene: applicare le norme italiane che hanno il sapore delle europee, ognuno rispettando il proprio ruolo e le proprie competenze, facendo il proprio mestiere. Nell’epoca dell’IT e del “social networking” , questa esigenza deve essere avvertita con ancora maggior forza , per mantenere un minimo di coesione della struttura sociale .

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