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Orsi polari e sacchetti biodegradabili: la comunicazione che non c’era e che non c’è

Sergio VazzolerIl nuovo anno si apre all’insegna dei soliti vizi, tra esagerazioni e scorciatoie. Il merito resta al palo e l’ambiente sprofonda nella palude tra sospetti e spocchia.

L’anno nuovo, come sempre, porta con sé molti buoni propositi. Spesso e volentieri questi durano giusto il primo giorno dell’anno per poi svanire nelle solite abitudini o in vecchi errori.

E così è stato anche per la comunicazione e, in particolare, per quella ambientale, che soffre da sempre di un male che troppe volte si “mangia” ogni tentativo di fare qualcosa per il bene collettivo.

Negli ultimi giorni del 2017 i media di tutto il mondo hanno enfatizzato e cavalcato l’impatto del filmato dell’orso polare che barcollava, denutrito e morente, in un’isola canadese. Le immagini sono state girate in Luglio da Paul Nicklen, fotografo del National Geographic e attivista ambientalista e pubblicate con il titolo “Questo è il cambiamento climatico”. Circa un milione e settecentomila visualizzazioni sul profilo Instagram di Nicklen e oltre 900mila visualizzazioni sul canale YouTube del National Geographic sono il risultato di una condivisione di massa e sulle homepage dei giornali di tutto il mondo.

Ora, però, il Post riepiloga tutti i dubbi e le critiche piovute sul National Geographic circa le cause effettive della malattia dell’orso in questione. E molte di queste critiche arrivano da altri esperti e scienziati. Il dibattito non è ancora concluso ma certamente si possono trarre due lezioni importanti per la comunicazione ambientale:

  • chi scrive è da qualche tempo che insiste sulla scarsa efficacia di battaglie giocate unicamente sul terreno emotivo a causa del suo effetto “mordi e fuggi” assai utile per lavarsi la coscienza ma altrettanto inefficace nell’indurre cambiamenti nei comportamenti individuali e collettivi (per approfondimenti leggiQUI e QUI).
  • a questo si aggiunge l’effetto combinato e pernicioso della scarsa attitudine a verificare, a prendersi un po’ di tempo in più e a non buttarsi immediatamente nel mare delle certezze: le note conseguenze di questa superficialità diventano deflagranti nella comunicazione ambientale orientata alla sensibilizzazione, in quanto non fa altro che rinsaldare le posizioni degli scettici, spesso distorte.

 

Dal Canada all’Italia: la panna montata provocata dall’introduzione della nuova legge sui sacchetti bio a pagamento nei reparti orto-frutta potrebbe essere (e molti lo hanno fatto) derubricata come una “tempesta in un bicchiere d’acqua” (su twitter ormai è #cinesacchetto). Certo, è vero, fa molto male leggere l’abituale onda di insulti dei retroscenisti che hanno definito una grande donna e una grande Italiana come Catia Bastioli “l’amichetta di Renzi” come evidente e unica spiegazione del provvedimento (sic!). E fa irritare e intristire il perduto senso delle proporzioni nel gridare allo scandalo per un provvedimento che ha molte buone ragioni. È, però, altrettanto vero che in molti, troppi, tra esperti e opinion leader attenti alle dinamiche ambientali (tra questi anche diversi comunicatori di professione) hanno scelto di zittire i critici del provvedimento conl’abituale vizio di superiorità che, anche in questo caso, non risolve il merito della vicenda.

Ci sono diversi aspetti del provvedimento che meritavano uno sforzo di comunicazione, divulgazione e motivazione. Potrei citare la questione della norma europea che non conteneva alcuna indicazione sull’obbligo del pagamento ma questo è già stato chiarito. Scelgo, invece, un aspetto marginale del dibattito, ben sapendo di correre il rischio di essere annoverato tra chi guarda il dito non vedendo la luna: l’etichetta sul sacchetto bio rende vano il suo conferimento negli appositi contenitori dell’umido? Ebbene, è stato sconfortante assistere a fior di esperti andare in “crisi” di fronte a una domanda semplice e legittima che meritava pazienza e spiegazioni fondate e non “indignazioni di ritorno”. E se la risposta corretta fosse di poter conferire tranquillamente il sacchetto bio con la sua etichetta con colla chimica nell’organico in quanto gli impianti di riclaggio e compostaggio la sanno gestire e separare senza problemi, beh, allora perché non lo si è chiarito in tempo utile? E perché la maggior parte degli opinion leader anziché rispondere nel merito a chi è in buona fede e vorrebbe nel suo piccolo adottare comportamenti efficaci, continua a preferire la spocchia, trattando allo stesso modo sciacalli da tastiera e persone che si pongono domande legittime? I danni da deficit di comunicazione nella raccolta differenziata non hanno ancora insegnato nulla?  Ci ricordiamo la carta oleata e per alimenti che finiva in passato nella raccolta della carta? Tutti beceri ignoranti?

Motivare, semplificare, spiegare, anticipare possibili domande e dubbi e prepararsi alle criticitàda lì non di scappa. Invece si continua a preferire la scorciatoia di verità parziali (“ce lo chiede l’Europa”) alla fatica dell’ascolto strutturato e della comunicazione nella definizione di Bruno Mastroianni nella sua “Disputa Felice”: “comunicare è farsi capire da chi non è d’accordo”.

(L’articolo è uscito su Amapola)

Sergio Vazzoler
Partner Amapola
Coordinamento nazionale Fima
Socio Ferpi

 

Sen, banco di prova per l’informazione

sergio_ferrarisAbbiamo la Strategia Energetica Nazionale. Criticata nella prima fase perché affidata a uno studio privato ed estero, poi per il periodo di consultazione troppo breve, in seguito allungato, la Sen ha visto la luce e il suo contenuto cambierà, metodologie d’azione degli ambientalisti e i modi di comunicare l’energia da parte dei media ambientali. Andiamo con ordine. I capisaldi della Sen sono l’uscita entro il 2025 dal carbone, la quota del 55% di rinnovabili nell’elettrico al 2030, 175 miliardi d’investimenti nell’energia, 10,2 MTep di consumi l’anno in meno, migliorando l’efficienza energetica.

Tradotto in numeri: zero (carbone), 55 (per cento di rinnovabili) 175 (miliardi d’investimento) 10,2 (di negawatt, ossia d’efficienza energetica) e infine 13 (gli anni che mancano al 2030). Finalmente in un paese allergico ai numeri, ora li abbiamo e si chiamano obiettivi. Nei prossimi tredici anni quindi la critica e l’informazione circa l’energia in Italia non potranno prescindere da questi numeri e il compito sia degli ambientalisti sia dei giornalisti specializzati in ambiente sarà quello di verificare che alle parole scritte sulla carta, dobbiamo ricordare che la Sen non è una legge, seguano i fatti. E sarà uno scenario complesso perché nel frattempo alla Sen si aggiungeranno le nuove direttive europee del “winter package”, le analisi delle Nazioni Unite sul clima, i dati sull’utilizzo dell’energia in tutto il Pianeta e, candelina sulla torta, la partita dell’economia circolare, che ha connessioni sempre più strette al mondo dell’energia. In pratica si tratterà di passare dalla “semplice” denuncia sull’assenza di politiche e obiettivi, all’analisi costante delle mutazioni del panorama energetico e alle osservazioni sull’andamento, in negativo o in positivo, delle politiche in questione, mettendole in relazione agli obiettivi.

Si è in grado di fare ciò? Sul fronte delle associazioni ambientaliste penso di sì, visto che da alcuni anni è stata intrapresa proprio la strada che mette in risalto l’analisi della complessità, mentre sul fronte giornalistico credo sia un percorso tutto da fare. I giornalisti specializzati in ambiente vivono in un contesto editoriale generale nel quale l’approfondimento è visto come un oggetto non più necessario che lede la produttività quotidiana del giornalista e non produce fatturato. Ciò significa che il mondo editoriale italiano non è in grado di utilizzare il valore dell’approfondimento e della contestualizzazione che sono alla base del giornalismo ambientale. Il risultato è che spesso il giornalista diventa una “cinghia di trasmissione” dei comunicati stampa, di associazioni, istituzioni o industrie, abdicando così al ruolo critico dell’informazione e ponendosi al di fuori del giornalismo stesso.

Anche e specialmente quando si tratta d’ambiente, le contestualizzazioni, i confronti e le elaborazioni di tesi e dati, sono essenziali per capire e far capire ai lettori cosa stia succedendo, dando loro, assieme all’informazione, anche gli strumenti critici per interpretare il reale. Un esempio di ciò è l’informazione sull’adattamento ai cambiamenti climatici che, nonostante sia essenziale per la vita delle persone, è insufficiente perché bisogna mettere in connessione territori, regolamenti edilizi, dati meteo e quant’altro. Troppo complicato per l’informazione italiana che spesso preferisce non impegnarsi a fondo, preferendo le astratte tonnellate di CO2 che essendo invisibili, nell’immediato creano meno problemi. A tutti, petrolieri compresi.

 (L’articolo è uscito su Qualenergia)

 

Sergio Ferraris
Giornalista scientifico
Direttore Qualenergia
Ufficio di presidenza Fima

 

 

Alternanza scuola lavoro, uno strumento verso l’economia circolare della conoscenza?

Daniela RiganelliVoglio dare un contributo a questo tema estremamente attuale perché penso di avere una visione del problema che è abbastanza rara. Sono infatti da vari anni consulente di un’azienda di chimica-verde molto innovativa, insegno chimica nella scuola secondaria di  secondo grado come part time e non da ultimo, sono madre di due adolescenti uno che uscirà quest’anno dall’obbligatorietà dell’alternanza e uno che comincerà il prossimo anno.  Chiaramente anche se la mia visione del problema è alquanto privilegiata la mia opinione rimane soggettiva ma spero condivisibile. 

La prima domanda è: perché c’è bisogno dell’Alternanza Scuola Lavoro nella scuola? Perché ragazzi anche liceali (per i tecnici lo stage e i tirocini aziendali per quanto diversi dall’alternanza si sono sempre fatti) devono uscire da scuola e conoscere già a 16-17 anni il mondo del lavoro?

E ovviamente la prima obiezione è vedere ciò che perdono: ore di lavoro in classe, pezzi di programma da fare, in altri termini possono perdere quell’insieme di conoscenze formali che ha retto il sistema scolastico forse dalla riforma Gentile (1923) in avanti.

Il  percorso formativo della cosiddetta istruzione  “formale” (quella che da i diplomi) è decisamente  lineare:  materna – elementari – medie inferiori / superiori – università (opzionale). Anzi, direi   piramidale e atta a  formare  persone con una determinate  conoscenze/competenze  che permettevano l’accesso ad  un lavoro stabile sia temporalmente che per tipologia di attività. I licei formavano i futuri dirigenti, ricercatori e professori, gli istituti tecnici-professionali orientati al mondo “del lavoro” e delle professioni. Una scuola lineare per una carriera lavorativa lineare fino alla pensione.

Nel frattempo pero’ il mondo è cambiato, l’economia stessa non puo’ più essere lineare ma parliamo di economia circolare perché le risorse sono finite e dobbiamo essere in grado di rigenerarle. Anche le carriere non sono più lineari, i lavori sono precari, non solo secondo un’accezione negativa del termine, semplicemente perché talvolta certe mansioni non servono più  e per sopravvivere è necessario innovare e innovarsi. Negli anni novanta hanno automatizzato, esternalizzato e delocalizzato facendo perdere migliaia di posti di lavoro. Talvolta è stato pure giusto chiudere un’azienda inquinante? I  posti di lavoro persi potevano e anzi avrebbero dovuto rigenerarsi in qualcosa di nuovo, trasformando il know how manufatturiero in produzioni di  beni e servizi che  guardavano a  futuro in ottica di LCT (Life Cycle Thinking), una  progettazione circolare appunto. E’ stata colta questa occasione? Forse ancora troppo  poco visti i tassi di disoccupazione giovanile che abbiamo in Italia, ma molto si sta facendo ed esistono tantissime realtà industriali, artigianali ma anche nel mondo dei servizi, che lo dimostrano.

Non possiamo nemmeno permetterci più di chiedere e pretendere un lavoro (cosa che la costituzione stessa ci dovrebbe garantire) se questo non è integrato in un sistema che è in grado di cambiare il mondo, di riprogettare  gli oggetti che ci circondano (eco-design), di sfruttare le risorse naturali in modo conservativo e non dissipativo (bioeconomia), di produrre energia solo rinnovabile. Si chiamano “green jobs” e io auguro a tutti i ragazzi che in futuro ci saranno solo “green jobs”.

Detto questo, rifacciamoci la domanda in un’altra angolazione: quella scuola che tipicamente trasmette  conoscenze da docenti a discenti, a patto che il sistema funzioni ancora nei nativi digitali, è sufficiente ad affrontare  questa trasformazione della nostra società?

Ma non solo, le conoscenze scientifiche che hanno formato la mia generazione, i più anziani ma anche coloro  che oggi hanno  trent’anni e che pare abbiamo tutti fatto una scuola migliore di quella di oggi, ci sono servite a capire le sfide complesse di questa epoca??? A me pare proprio di no e potrei fare mille esempi ma forse, come direbbe l’insegnante d’italiano, vado troppo fuori tema.  

La scuola che deve affrontare le sfide del futuro è fatta di tante cose, tra cui anche, ma  non solo, l’alternanza scuola lavoro, che di fatto è un po’ una scorciatoia che prende i ragazzi e li fa affacciare nel mondo del lavoro senza che ne l’una ne l’altra parte ne siano preparati. Ma almeno si prova a far dialogare i due mondi fino ad oggi troppo distanti.

Non è preparata la scuola e il corpo docente che di fatto oltre ad essere anche anagraficamente un po’ vecchio (non per colpa degli insegnanti) è stato formato secondo la logica lineare delle conoscenze e il tanto decantato passaggio alle competenze non stato affatto assorbito, anzi talvolta è stato pure mal interpretato. L’idea innovativa della competenza infatti non sta solo nel “saper applicare in un contesto diverso le abilità e conoscenze  acquisite”  ma nel aprire i cassetti impolverati delle singole discipline e lavorare in modo trasversale su problemi reali e sulle abilità trasversali dei ragazzi.  I cosiddetti soft skills, non  si ottengono dall’ascoltare-studiare e ripetere ma riguardano il saper interpretare la realtà con quanto viene partecipato insieme al gruppo  classe, portato  fuori e viceversa. Serve saper lavorare in gruppo, sapersi rapportare, saper risolvere problemi, gestire lo stress, sapersi adattare a situazioni lavorative diverse etc (voci estrapolate dalla certificazione  delle competenze dell’alternanza) e forse affrontare le sfide della vita con una cera umiltà.

Oggi,  così come il lavoro non è saper fare solo una cosa, ma servono mille altre competenze e abilità per affrontare il mondo in rapida evoluzione, anche la scuola deve affrontare questa sfida.  E fin quando non impareremo ad insegnare in modo diverso integrando le discipline, inglobando i tanti  “progetti” extrascolastici che fino ad oggi sembrano essere solo additivi e quindi dispersivi, sapendo gestire in modo intelligente l’alternanza che non a caso nasce come attività curriculare, non riusciremo a formare bene i nostri ragazzi. Non gli daremo quella “cassetta degli attrezzi” minima che gli servirà ad affrontare il mondo. Un mondo aimè che abbiamo collaborato a depauperare e per la cui rigenerazione (speriamo più della semplice resilienza) servirà tanta voglia, tanta inventiva e  tanto entusiasmo che abbiamo il dovere morale non di trasmettere ma di condividere in modo partecipativo tra tutte le generazioni.

Daniela Riganelli

Docente di chimica
Consulente Novamont
Socio Fima