L’informazione ambientale al bivio della Cop21


di Sergio Ferraris

Lo tsunami tecnologico che ha investito l’editoria scuote anche il mondo dell’informazione ambientale che in Italia appare impreparata, al pari di quella generalista. In altri Paesi gli editori storici attuano mutamenti profondi, sia nel processo editoriale, sia nei modelli di business, sperimentando a tutto tondo. Si pensi, per esempio, al New York Times che ha unificato la redazione, superando il dualismo stampa/online: la scelta tra pubblicazione su web o cartacea viene fatta dopo la realizzazione dei contenuti e non prima, come avviene, ancora, in molte redazioni. In Italia le sperimentazioni sono ancora agli inizi, ma qualcosa si sta muovendo. Nelle ultime settimane, infatti, Valigia Blu, il blog collettivo no-profit creato da Arianna Ciccone, cofondatrice e direttrice del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, ha sviluppato una serie d’inchieste su temi di carattere sociale e ambientale, nelle quali si trovano elementi d’innovazione editoriale quali infografiche, data journalism e collaborazione tramite i social.

E l’esperienza di Valigia Blu sta “contaminando” in maniera positiva anche una parte dell’editoria tradizionale, visto che i pezzi appaiono anche sulle edizioni online dei quotidiani locali del gruppo Espresso, grazie a una partnership. La cosa è positiva perché sia i contenuti ambientali, sia l’innovazione editoriale stanno, finalmente, passando a piccoli passi anche ai media mainstream. E se l’esperienza di Valigia Blu è apprezzabile e positiva, nell’ambito dell’informazione ambientale viene da chiedersi come mai un fenomeno come questo non sia arrivato dagli “specialisti di settore” che da anni lavorano sull’ambiente. E c’è da dire che dati, esperti e occasioni – noi che ci occupiamo d’informazione ambientale, ed energetica – ne avremmo, e pure parecchi.

Ma ciò che manca oggi all’informazione ambientale è la riflessione sul cambiamento in atto nel giornalismo, sulle tecnologie innovative, sull’esplosione dell’universo social e sulle nuove esigenze dei lettori. È passata parecchia acqua sotto i ponti da quando a un giornalista che si occupava d’ambiente era sufficiente una buona rete d’esperti e una serie di documenti – all’epoca cartacei e quindi poco diffusi – per fare dell’ottima informazione ambientale.

Oggi le fonti primarie sono disponibili a tutti, contattare esperti a livello internazionale non è più un problema, reperire fonti sul campo tramite i social è possibile con facilità; ecco quindi che il background primario dell’informazione ambientale diventa accessibile a chiunque voglia affrontare l’argomento. E ora l’informazione ambientale ha due possibilità: estinguersi nella sua specificità o fare un salto di qualità. La seconda ipotesi richiede d’imparare, da parte nostra, a usare l’innovazione editoriale imposta dalla rete per raggiungere una maggiore qualità informativa, attraverso la “materializzazione” giornalistica dei contesti di riferimento, pensiamo alla geopolitica del petrolio per esempio, imparando a declinare i nostri contenuti in maniera social, “contaminando” così il lavoro giornalistico.

E il test di ciò avverrà il 13 dicembre quando, alla fine della Cop 21, ci sarà un generalizzato plauso a una strategia di riduzione delle emissioni climalteranti, in realtà inesistente. Dati, esperti, accessi agli scenari futuri, effetti locali del clima, risvolti sociali, saranno tutti disponibili in rete. E si potrà decidere se fare copia&incolla dei comunicati stampa governativi, o approfondire con inchieste puntuali il post Cop 21. La posta in gioco sono “solo” i cambiamenti climatici, un fronte sul quale l’informazione potrebbe fare la differenza.

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